Radicamenti di Leonardo Nava

Radicamenti di Leonardo Nava

Leonardo Nava appartiene a un tempo altro, altro da quello che consideriamo presente modernità: disegna a matita, intreccia a rami d nocciolo e lavora il vetro. Rivive il passato degli antichi mestieri e li svolge al futuro.

In questo suo operare lo scorrere del tempo rimane sospeso, rallenta i battiti fino a fermarsi abbracciato a un’idea diversa di sé. Un’idea che forse, prima di tutto, una memoria e un ricordo.

Quando parla della sua scultura la descrive con vitalità e gioia, chi la guarda vi vede anche altro, un fantasma che affiora, avvolge l’architettura nell’intimità di un amplesso così che la sua malinconia si volga a elegia.

La grande opera Radicamenti che dal terreno si erge lungo la facciata della chiesa sconsacrata di San Sisto, per poi avvinghiarsi ai rilievi dell’ingresso e al marcapiano, contorcendosi e prendendo poi lo slancio necessario a penetrare nella chiesa, può essere quindi letta come inno all’energia della vita, ma anche come l’esito di una presa vitale che della vegetazione conserve però solo le nervature, le tensioni private dalla morbidezza delle foglie. Un bocciolo e un fiore di vetro germogliano dai rami dentro la chiesa e questo è un anelito di speranza. La sintesi della dialettica tra la morte e la vita. Qualcuno, passando, ha chiesto quando sarebbe fiorita… lo sta già facendo nella realtà dell’arte.

A prescindere infatti dal rispecchiamento delle diverse emozioni del visitatore e del passante la scultura di Leonardo Nava è un capolavoro di arte pubblica e restituisce nella sua interazione con l’architettura il valore monumentale della Chiesa.

Come esercizio di museologia sarebbe riuscita anche da sola a ottenere il risultato di questi ultimi quattro anni di lavoro in cui si è voluto ridare allo Studio Museo Francesco Messina una sua chiara identità museale nel paesaggio urbano.

Con Radicamenti la Chiesa è palesemente un museo, un edificio davanti al quale si viene coinvolti dal corto circuito che il grande “albero morto” genera vivendo in simbiosi con l’architettura.

L’opera era stata programmata per durare un anno ma è diventata icona di San Sisto e dell’attività del museo che al suo interno si svolge incessante e la sua presenza è stata prorogata, si spera almeno fino al restauro della facciata della Chiesa.

Erano decenni che a Milano non si raccoglievano le firme per prorogare la presenza di una scultura in uno spazio pubblico. E questo è un successo dell’opera e del contesto in cui si muove (e riferita a Radicamenti la scelta del verbo è doverosa). Si muove infatti e ferma il tempo tra le sue spire, incrocio tra le favole moderne dei film fantasy e dei migliori racconti fantastici dell’Ottocento ma al contempo reale, concreta, tangibile, vera e naturale, come la più essenziale delle strutture manufatte dall’uomo.

Nella storia dell’arte esistono molti precedenti nell’uso di racemi e sfalci di arbusti per creare costruzioni e sicuramente questa forma poetica, resa celebra dall’arte ambientale di Giuliano Mauri, è destinata ad ampliarsi in consonanza con le istanze presenti che rendono sempre più necessaria una riflessione sui materiali dell’arte e sulla loro caducità.

Ne deriva un esercizio attorno alle ragioni stesse del fare arte dove i materiali e i modi operativi prevaricano l’idea di forme chiuse e permanenti a favore della realizzazione di opere vive e attive che, come in questa site specific urbana, restituiscano alla natura il suo potere nel paesaggio antropico.

Non si tratta di un esercizio di sostenibilità, ma di una professione di fede in un sistema governato da regole di natura che possono essere ignorate ed evase solo in apparenza.

Che tutto, l’arte inclusa, sia un fluire e un perenne modificarsi delle forme nel tempo e nello spazio è una evidenza ineludibile.

Anche le forme dell’arte per eccellenza, il monumento pubblico, che Leonardo Nava ha dedicato al Museo, desiste da ogni presunzione di durata e sorge come opera temporanea.

Opera che vuole rigenerarsi altrove, in quella stessa Agrigento incontrata durante la mostra L’eco del classico. La Valle dei Templi di Agrigento preso lo Studio Museo Francesco Messina.

La sua vocazione oratoria affianca – per affinità e differenza- il contrattualismo minimalista di Maurizio Nannucci e delle sue scritte al neon esposte sulle pareti dei grandi musei europei e americani e lascia parlare la forma muta, esito silente di volute e girali di nocciolo, che avvolge l’antico edificio del vetusto museo milanese. Anche quì è un’insegna che professa “all art has been contemporary”.

È un inno alla scultura, un albero che si muove e ondeggia e cresce innestando forma su forma, sostenuto dalla forza delle proprie nervature che si forzano in una sequenza di torsioni necessarie alla presa, al punto da cancellare la memoria del suo artefice.


Tratto da Leonardo Nava Radicamenti, catalogo della mostra a cura di Maria Fratelli (2018)

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