Incontri e ricordi - Eugenio Montale

Incontri e ricordi - Eugenio Montale

Severissimo con sé stesso, emanava dalla sua bionda figura e dall’azzurro degli occhi vetrigni una dignità e una disciplina esemplari, nei costumi come nel suo incorrotto spirito di poeta”.
Così Francesco Messina descrive, all’interno delle pagine di “Poveri giorni”, il celebre poeta Eugenio Montale.  Si incontrano nel primo dopoguerra, presentati dal comune amico Vittorio Guerriero, che era stato compagno di scuola e d’armi di Montale.
La storica Galleria Mazzini di Genova, con le sue vetrate e le decorazioni umbertine, era allora il salotto per un nutrito gruppo di intellettuali, letterati, poeti e artisti. È frequentata anche da Messina e Montale. Quest’ultimo ha appena pubblicato le sue prime liriche sulla rivista torinese “Primo Tempo”, e nel gruppo già si parla di un sorprendente poeta. 
È l’inizio di una lunga amicizia con effetti quasi rigeneranti, che lo scultore accoglie come “luce penetrante e purificante”. Nella sua autobiografia, Messina rievoca le lunghe passeggiate sulle colline genovesi e nelle principali città d’arte italiane. Con Montale, l’artista compie uno dei suoi primi viaggi di istruzione artistica: da Pisa a Firenze, fino a Perugia in qualche giorno. 
In questo periodo conosce la sua compagna di vita, Bianca Fochessati. Insieme a Montale, frequentano spesso uno stabilimento balneare a Quarto dei Mille (Genova), che fa da sfondo alla stesura di “Falsetto” (1922). La poesia si ispira a Esterina, giovane nuotatrice che Montale guarda assorto e silenzioso mentre si tuffa in acqua.


Esterina, i vent’anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude
Ciò intendi e non paventi.

Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento.

Poi dal fiotto di cenere uscirai
adusta più che mai,
proteso a un’avventura più lontana
l’intento viso che assembra
l’arciera Diana.

Messina ricorda che dopo qualche giorno dall’incontro, Montale gli consegna su un foglietto la prima versione della poesia, poi confluita nella raccolta “Ossi di Seppia”, di cui lo scultore conserva gran parte delle bozze.