Incontri e ricordi - Ardengo Soffici

Incontri e ricordi - Ardengo Soffici

Gli artisti si muovono in una rete di relazioni personali e professionali, capaci di influenzarne anche la ricerca e le opere. A chiudere la sua autobiografia “Poveri giorni”, edita nel 1974, Francesco Messina inserisce dei brevi racconti dedicati ad alcune figure del mondo dell’arte – scultori, pittori, poeti – con cui aveva intrecciato amicizie sincere, rapporti artistici e collaborazioni: “Incontri e ricordi”. Approfondiamo qui il sodalizio con Ardengo Soffici, a partire da un testo del 1966 che Messina scrive per la morte del pittore toscano che, con lo scultore, condivideva l’amore per la Versilia.
“Da molti anni Forte dei Marmi è la mia residenza estiva. Non vi ho casa come altri artisti, ma ritorno sempre allo stesso piccolo albergo che ha fama di essere uno dei più tranquilli della Versilia.
Amo il mare come elemento indispensabile alla mia natura di isolano: amo la maestosa scenografia del paesaggio apuano e la vastissima marina che ripercorro ogni giorno in passeggiate mattutine sulla battigia. Lavoro il marmo nella vicina Pietrasanta. Ma Forte dei Marmi per me vuole dire, soprattutto, la presenza di Carrà, di Funi, e voleva dire Soffici.”
Messina scopre Soffici agli esordi della sua carriera di artista. Da subito “l’etrusco approdato alle rive della Senna” rappresenta un modello di letterato, di artista e di autenticità, cui era affidato “il compito storico di svecchiare e rinnovare la cultura italiana”.
Il ricordo dell’artista diventa, nel testo, sempre più personale, intimo e familiare, debitore di una frequentazione assidua e quotidiana: “Nella casa di Soffici, al Forte, io passavo le mie migliori sere estive”.
“Negli ultimi anni Soffici amava molto discorrere con me del tempo di Parigi”, dove il pittore toscano aveva soggiornato tra il 1900 e il 1907, ripercorrendo i sodalizi con Medardo Rosso, Apollinaire, Picasso, l’incontro con Rousseau…
“Sul finire dell’estate, quando i giorni sono più limpidi, si organizzavano brevi viaggi insieme, quasi sempre per rivedere le città e i monumenti toscani, ma anche per visitare le Biennali di Venezia, negli anni di queste rassegne.”
La visita alla Biennale del 1962, in particolare, rappresenta “un momento particolarmente felice della nostra amicizia.” Messina ripercorre il viaggio in auto – partiti in auto prestissimo, durato una giornata intera e scandito dai discorsi di Soffici e dalle tappe a Bologna, per rivedere San Petronio, e a Padova.
“Il mattino dopo subito andammo a visitare la Biennale. Soffici, per controllare certi ricorsi parigini, s’interessava in modo particolare alla pittura di Odilon Redon, di cui era stata allestita una retrospettiva. Tutto il resto non lo riguardava.”
Un appassionato discorso sulla pittura travolge Messina all’uscita dei giardini della Biennale: “Avevo accanto l’uomo che mi aveva sconvolto, nell’adolescenza, con il suo verbo polemico. […] Scoperte e massacri fu una specie di vangelo per la mia avanguardia, allora futuristeggiante”.
“La purezza della sua natura non fu mai tradita nella sostanza. L’opera sua subì cambiamenti di rotta, mai sbandamenti. Non soffriva di malinconie o di sentimentalismi”.