INCONTRI E RICORDI - ERNESTO DE FIORI

INCONTRI E RICORDI - ERNESTO DE FIORI

Gli artisti si muovono in una rete di relazioni personali e professionali, capaci di influenzarne anche la ricerca e le opere.
A chiudere la sua autobiografia “Poveri giorni”, edita nel 1974, Francesco Messina inserisce dei brevi racconti dedicati ad alcune figure del mondo dell’arte – scultori, pittori, poeti – con cui aveva intrecciato amicizie sincere, rapporti artistici e collaborazioni: “Incontri e ricordi”.
Approfondiamo oggi l’incontro con Ernesto De Fiori.


Ernesto De Fiori (1884-1945) è stato uno scultore, pittore e architetto naturalizzato tedesco e di formazione europea, punto di riferimento per Francesco Messina.
La sua opera, debitrice dell’Espressionismo tedesco e della lezione di Pierre-Auguste Rodin e Aristide Maillol, ma anche della scultura di Edgar Degas, si distingue per un modellato vibrante, in cui la materia mantiene tracce visibili della lavorazione manuale. Le sue figure, spesso ieratiche e frontali, evocano un classicismo rivisitato in chiave moderna, lontano da ogni idealizzazione. 

Le sculture di De Fiori avevano catturato l’attenzione di Messina già alla mostra del Novecento Italiano nel 1926, al Palazzo della Permanente di Milano, dove spiccavano per la intensità espressiva.
Ancora all’inizio degli anni Settanta, Ernesto De Fiori è per Messina tra gli scultori più importanti del Novecento, un artista che, nonostante avesse raggiunto una fama straordinaria, con il passare degli anni era stato ingiustamente dimenticato. Con una punta di amarezza infatti Messina afferma:

“Chiedete a un giovane critico chi è stato Ernesto De Fiori e quale sia stato il suo apporto alla storia della scultura contemporanea: vi risponderà che è un nome fuori della cultura, della sua cultura s’intende.” 

Messina aveva conosciuto De Fiori a Berlino nel 1929, in uno studio affollato di opere, situato in un edificio frequentato da artisti. A presentarlo è Gabriele Mucchi, pittore e amico di Messina, che lavorava al piano sottostante. 

“De Fiori era un uomo affascinante, di stampo viennese. Biondo, alto, elegante, occhi grigi ma penetranti.” 

Messina rimane colpito però soprattutto dal suo modo di lavorare. 
Lo osserva mentre modella un ritratto maschile in gesso, “una testa di dimensioni un poco inferiori al naturale, ma viva tanto che sembrava guardasse e parlasse mentre la faceva rotare fra le mani.” 
Il gesto rapido, sicuro, capace di dare forma a espressioni palpitanti, gli rimane impresso.
L’incontro si trasforma presto in un’occasione di scambio artistico. 

“Mi chiese che scultura mi piacesse e come facevo. Avevo con me una fotografia del mio ritratto di Pietro Marussig, appena fuso. Era il mio passaporto di artista, perché era piaciuto ai colleghi italiani e, soprattutto, a Martini il quale, esaminatolo, mi consigliò di emigrare, forse non del tutto disinteressatamente.
La fotografia colpì anche De Fiori che, per testimoniarmi la sua sorpresa, volle donarmi un bellissimo disegno.”


Quel ritratto di Marussig, uno dei più celebri di Messina, sarà esposto alla Biennale di Venezia del 1930 e, nel 1935, entrerà nella prestigiosa collezione del Kunsthistorisches Museum di Vienna. La sua finitura aspra e scabra richiama proprio le superfici crepitanti delle sculture di De Fiori e della scultura tedesca di quegli anni. Una versione si conserva allo Studio Museo milanese.

“Discorrendo di scultura universale, ci trovammo pienamente d’accordo nel ritenere Degas il più grande scultore del suo tempo. E si comprende come egli non potesse considerarlo diversamente.”

Con l’avvento del nazismo “l’aria cominciò a farsi irrespirabile per De Fiori”: nel 1936 lascia Berlino per il Brasile, dove trascorre gli ultimi anni della sua vita in esilio. 
Messina lo ricorda con affetto anche dopo la sua morte, quando, in Argentina, si imbatte in alcune sue sculture:
“Nel ʼ47, due anni dopo la fine della guerra, uno dei miei incontri più patetici ebbe luogo con le opere di questo grande artista dimenticato in una villa dell’altro mondo, a Olivos, nella sterminata riviera del Rio de la Plata. Uomini di bronzo camminavano sui verdi prati della villa del mio amico e collezionista Pablo Edelstein, la cui madre, allieva di De Fiori, tanto stimò e forse amò il maestro.”